Alessandria della Rocca
Alessandria della Rocca trae la sua etimologia dal feudo Presti Alessandro da cui ebbe inizio la sua origine ed al quale, anticamente si era anche unito il nome specifico di “della Pietra”, dall’antico castello baronale di “Pietra d’Amico”, il cui barone dal 1542 e i suoi discendenti appartenenti tutti all’antica famiglia nobile dei Barresi-Napoli, furono fino al 1788 signori di Alessandria. Nel 1570 fu elevato a dignità di Comune con il nome di Alessandria della Pietra, in seguito nel 1862, per decreto Regio, venne dato il nome attuale di Alessandria della Rocca, dal nome dell’antico proprietario Presti Alessandro e per il simulacro della Madonna trovato prodigiosamente nella zona detta “rocca ncravaccata”. Questo primo assetto urbanistico ci viene testimoniato da un affresco che si trova in una delle stanze attigue alla chiesa del Convento dei Frati Minori, questo affresco risale al XVII secolo e raffigura Alessandria della Pietra situata tra Pizzo e Curma, in esso, infatti, si evidenziano oltre alle case le principali chiese e le due principali vie che dividono a croce l’abitato. Anche ai nostri giorni questa divisione del paese in quattro parti è stata conservata ma l’aspetto originario con il passare del tempo ha cambiato volto.
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Aragona
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Bivona
Si trova nella zona dei Monti Sicani, sorge a circa 503 metri sul livello del mare con le case poste in pendio nell'alta valle del fiume Magazzalo, alle pendici meridionali del Pizzo di Naso. Bivona fu dominio feudale di varie famiglie tra cui ricordiamo i Chiaramonte, i Peralta etc... Tuttavia del suo passato Bivona conserva alcune tracce significative nelle sue chiese. Si coltiva grano, olive, agrumi, uva e pesche. Bivona è collegato da autobus di linea con Palermo che dista circa 100 Km e con Agrigento. Il territorio confina con i Comuni di Alessandria della Rocca, Cianciana, Calamonaci, Ribera, Lucca Sicula, Santo Stefano Q. Palazzo Adriano. Molto importante nel paese è la lavorazione del ferro battuto, del legno coltivazioni di fiori ecc…
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Burgio
Ai margini della Valle del Sosio, zona di rilevante interessante naturalistico e paesaggistico, era un tempo fiorente centro di produzione di ceramiche e campane bronzee (attività vive ancora oggi, peraltro, ancorché in tono minore). Da vedere le chiese di San Vito, di San Giuseppe e la Madrice. Poco distante dall’abitato si visita il pittoresco santuario di Rifesi. La sua origine rimane incerta anche se evidenzia architettura normanna. Burgio è stata governata da famiglie di grande prestigio e potenza. Dai Peralta ai Gioieni, i Colonna e in ultimo i Rospigliosi. Il paese fino a qualche anno addietro, contava una trentina di chiese sebbene non ha mai superato la soglia di cinquemila abitanti. La chiesa madre, originariamente normanna custodisce un vero e proprio museo d’Arte: la statua marmorea della Madonna di Trapani di Vincenzo Gagini del 1566; il Crocifisso ligneo chiamato di Rifesi ( il nome del Santuario Normanno del 1170 ) del 1200; l’Icona Bizantina del XIV secolo raffigurante la Madonna della Consolazione. La chiesa barocca di San Giuseppe; la chiesa di San Vito che custodisce la statua marmorea di San Vito di Antonello Gagini del 1522, e tantissime altre chiese che fanno di Burgio un vero Museo Itinerante. Burgio è la Capitale del Meridione d’Italia dell’Arte della Fusione delle Campane, Fonderia Virgadamo dal 1500. La Ceramica artistica Tradizionale fonda le sue radici a Burgio anche per opera dei maestri trasferitisi da Caltagirone nel 1589. Oggi vari artisti locali espongono le loro opere ai turisti in visita a Burgio.
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Calamonaci
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Caltabellotta
In splendida posizione a circa 900 mt d’altezza è stata per secoli rifugio e fortezza. Viene ricordata perché vi fu firmata (1302) la resa degli angioini al termine della guerra del Vespro. Sin dalla preistoria, il territorio dell’attuale agglomerato urbano di Caltabellotta è stato abitato dall’uomo. Intorno al III millennio AC., i Sicani, la popolazione autoctona della parte occidentale della nostra isola, fondarono qui Camico. la loro capitale-roccaforte. e, nella rupe più inaccessibile della montagna, il mitico re-pastore Cocalo aveva la sua dimora, testimoniata da un complesso abitativo di grandi grotte con un’alcova reale scavata nella parte più alta di una di esse. Da studi recenti è stato appurato che il formaggio è stato inventato in Sicilia in questo periodo: chissà se questo non è avvenuto proprio nella reggia del re-pastore Cocalo? In epoca greca, quando Camico cominciò a decadere, una parte dei suoi abitanti fondarono una nuova città : Triocala (Tre Cose Belle: inespugnabilità. abbondanza di acque e fertilità del terreno) Fu colonia greca. quindi città censoria romana. Dal 104 al 99 a.C. gli schiavi di tutta la Sicilia, con a capo Salvio-Trifone, Atenione ed in ultimo Satiro, la scelsero come roccaforte per la rivolta contro l’imperialismo di Roma scrivendo una delle più sublimi pagine della storia dell’umanità. In epoca cristiana, con l’eremita Pellegrino, divenne sede vescovile (la prima in Sicilia) lino in età bizantina quando decadde. Nell’837 a Triocala arrivarono gli Arabi, ma l’antica città era ormai andata in rovina e perse anche il nome. Fu rifondata più a monte. nel luogo della Triocala degli schiavi e della ancor più antica Camico. col nome di Qal’at al-Ballut, che in arabo significa “fortezza delle querce ‘. Da questo momento e fino al 492 è un centro dove con-vivono cristiani, ebrei e musulmani. Nel 1090 fu la volta dei Normanni, che dopo un lungo assedio la occuparono edificando un castello nella parte più alta della montagna, là dove erano le antiche fortificazioni degli schiavi e degli Arabi. In questo castello, nel 1194 si rifugiarono la regina Sibilla e il figlio letto Guglielmo III, ultimo re normanno di Sicilia, ma Enrico VI di Svevia con l’inganno li fece arrestare e deportare in Germania. Inizia così la dominazione sveva della Sicilia. Da vedere la cappella e l’eremo di San Pellegrino, i ruderi del castello normanno, la chiesa madre e quella del Salvatore.
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Camastra
Un paese collocato in una fertile pianura, con attorno i monti Castellaccio, Mintina e Badia, a 20km dalla "Valle dei Templi" di Agrigento. Il suo territorio confina a nord con la città barocca Naro e a sud con la terra del Gattopardo, Palma di Montechiaro. Camastra, un tempo detta "Ramolia", fu fondata nel 1620 dal Conte Lucchesi Palli: all'inizio si trattava di un caseggiato colonico utilizzato anche come rifugio dei fuorilegge della zona.Dall'ottocento si andò trasformando in organizzazione di pubblici servizi: giustizia, rifornimenti di viveri e opere pubbliche.Lo stemma del paese contiene i motivi che compongono la sua vicenda storica: sullo sfondo giallo di casa Palagonia e azzurro di casa Lucchese, fu adottato lo stemma araldico dei Lanza di Trabia con il leone, simbolo di forza, grandezza, comando, coraggio e magnanimità, e la torre, contrassegno di cospicua antichità. Appare anche il cane, simbolo araldico di fedeltà e vigilanza. Di rilevanza storica la torre del Castellaccio che, situata in punto strategico nalla parte più alta del territorio, serviva come punto di osservazione per il controllo del latifondo. Al Castellaccio si trovano le note grotte di "Regamè" con ambienti molto grandi e una necropoli.
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Canicattì
La città di Canicattì, importante centro agricolo della provincia di Agrigento, ha una popolazione di circa 34.000 abitanti ed è posta su una collina.Il Centro Antico ha la forma di un grande anfiteatro, con punti di altitudine compresi tra i 422.07 metri della Chiesa della Sacra Famiglia ed i 528,17 metri del Convento dello Spirito Santo. Piazza IV novembre (447,32 m.), Piazza Roma (501,76 m.) e la Piazza di San Diego (441,99 m.), costituiscono i fulcri monumentali urbani attorno ai quali è avvenuta l'espansione della città.E' difficile risalire alle origini precise della nascita di Canicattì ma si conosce l'esistenza di molti casali arabi che sorgevano nel territorio. Su due di questi casali, KHANDAG-ATTIN e AL QATTA' (rispettivamente Fossato di argilla e Fonte del Tagliatore di pietra), è stata disegnata la città che cominciò ad assumere la propria conformazione urbana solo dopo la conquista normanna nel territorio agrigentino.Dopo la fine della dominazione araba esiste nella storia di Canicattì un vuoto di circa tre secoli per cui la documentazione risale alla fine del XIV° secolo. Ma il vero rifondatore della città fu Andrea De Crescenzio che nel 1467 ottenne da Palermo "Il Privilegio" ovvero la facoltà di ampliare i confini territoriali della Signoria e di popolarlo con gente sia "regnicola" che "estera", inoltre gli fu data la possibilità di recingere l'abitato con opere di difesa ed il diritto di amministrare la Giustizia sia Civile che Criminale (Mero e Misto Imperio).
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Casteltermini
La fondazione di Casteltermini risale al 1629 ad opera del barone Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri, discendente da una nobile famiglia catalana,trasferitosi in Sicilia nel 1209 a seguito della regina Costanza che veniva nell’isola per sposare Federico II. Il 5 Aprile del 1629 il barone Gian Vincenzo Maria Termini e Ferreri ottenne dal Vicerè di Filippo IV di Spagna, Francesco de la Cueva duca D’Albuquerque la “ Licentia Populandi”, ovvero il permesso di fondare il nuovo paese. Con tale concessione fu insignito dal titolo di Principe di Casteltermini e fu il 33° Principe Siciliano a sedere nel braccio militare del parlamento. Successivamente con i maggiorenti del paese stipulò una solenne e formale convenzione denominata “ I capitoli della terra”. In questa convenzione le parti stabilirono le regole e le condizioni del possedere i servigi e i contributi da corrispondere. Le vantaggiose condizioni promesse dal principe fecero sì che molte famiglie allettate anche dalla fertilità della terra, giungessero dai vicini centri di Mussomeli, Cammarata, Sutera e Campofranco. Per i primi anni della sua nascita Casteltermini fu retta dai Segreti Baronali, successivamente quando vennero abolite le Leggi Feudali, Casteltermini ebbe il suo primo Consiglio Comunale e il Sindaco eletto dal popolo che fu Don Francesco Frangiamore.
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Cattolica Eraclea
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Comitini
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Favara
Ad appena 8 km dalla Valle dei Templi di Agrigento e 4 dal Mediterraneo, ad un'altitudine di 330 metri e adagiata su un dolce declivio a ridosso di un sistema collinare a tre punte, sorge Favara, città di 33.000 abitanti. La prima testimonianza umana si ha grazie ad alcuni ritrovamenti di ceramica, in una grotta di contrada Ticchiara, risalenti al periodo 2400-1900 a.C. Il territorio fu interessato dalla dominazione greca (VI – III sec. a.C.), con la presenza a Caltafaraci di una città fortificata con valore strategico-militare. Il periodo di dominazione musulmana è testimoniato dall'insediamento di Contrada Saraceno: è di matrice araba l'origine del toponimo favara, da Rehal Fewar, che significa “Casale con acque scaturenti”. La città si sviluppò in seguito attorno al Castello costruito sopra uno sperone di roccia. I Chiaramonte e successivamente, altre nobili famiglie, (tra queste i Moncada, i Parapertusa e i De Marinis) determinano la definitiva trasformazione di Favara da borgo agricolo a vera e propria cittadina.
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Grotte
Le origini di Grotte risalgono all’antica “erbesso” colonizzata dai greci dopo il secolo VIII a.c.. Il nome “erbesso” sembra derivare dal greco “erebos” oscurita’ sotterranea. Durante la prima guerra punica nel 262 a.c. erbesso fu utilizzata dai romani quale centro di raccolta dei viveri e rifornimenti per l’esercito. Durante l’età romana esistevano nel territorio di grotte gli insediamenti di c/da Falcia e c/da Racalmare per l’estrazione dello zolfo. In età bizantina tra il VII e l’ VIII secolo d.c. nelle vicinanze della “petra” esisteva un insediamento. La “petra” è una grande roccia nella quale sono stati scavati degli ambienti abitativi usati per la difesa del territorioe si trova nel territorio di Comitini al confine con quello di Grotte. Varie famiglie nobiliari si alternarono nel possesso del feudo di Grotte: Sanches, Ventimiglia; Montaperto. Durante il XVI secolo il casale di Grotte era una colonia agricola sorta attorno a due poli: il convento di San Francesco (oggi distrutto) e il convento di Santa Maria Annunziata dei Carmelitani (oggi sede attuale del palazzo di città). Il re Filippo VIII, nel 1648, innalzò il feudo di Grotte agli onori del ducato che in seguito passò a Vincenzo La Grua Talamanca il quale fece costruire il suo palazzo nell’attuale Piazza Marconi. Nel 1772 fu fondato il Colleggio di Maria per educare le fanciulle povere; nel 1819 il paese ottenne la propria autonomia; tra il 1873 e il 1876 si ebbe a causa di Don Luigi Sciarratta quello che le cronache nazionali definirono lo “scisma di grotte”. Dal punto di vista culturale un anno importante fu il 1980: in quell’anno venne istituito il premio letterale Racalmare presieduto da Leonardo Sciascia.
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Licata
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Linosa e Lampedusa
A sud della Sicilia, quest’isola consiste di un tavolato calcareo, circondato da un mare dalle incredibili sfumature. Per questo è meta assai ricercata di turismo balneare. I luoghi più belli, da scoprire anche in barca, sono le baie della Tabaccara, della Madonnina e la baia dell’Isola dei Conigli, un angolo d’aspetto caraibico, circondato da falesie candide. Poco distante, l’isola vulcanica di Linosa, anche questa dal bellissimo mare (segnaliamo Cala Pozzolana). L’ arcipelago delle Pelagie deve il suo nome al greco “pelaghie”, che significa isole dell’alto mare. Trovandosi al centro del Mediterraneo e quindi rifugio e punto di riferimento delle navi dei Fenici, dei Saraceni, dei Romani e dei Greci che navigavano in questo mare, sono state probabilmente oggetto di contese, scorrerie e battaglie, delle quali non si hanno notizie certe. Anche il suo nome ha origine incerta. La versione più accreditata è che derivi dai lampi che forse in passato illuminavano frequentemente le notti dell’isola spaventando i naviganti. Monete ritrovate durante recenti scavi, fanno pensare che i romani avessero insediamento stabile nell’isola, come nei secoli successivi lo hanno avuto gli Arabi.
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Montevago
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Naro
Di probabile origine saracena, si erge in cima a un colle solitario. Possiede numerosi monumenti barocchi. Fra le chiese, notevoli la Madrice e la Chiesa di San Francesco, entrambe del XVII secolo, quelle del SS. Salvatore e di Santa Caterina. Da vedere anche il santuario di San Calogero.
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Palma di Montechiaro
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Porto Empedocle
Importante centro portuale della costa sud-occidentale della Sicilia, fu anticamente borgo marinaro legato alle esigenze economiche della vicina Agrigento, dalla quale si affrancava ufficialmente nel 1863, mutando l'antico nome di “Molo di Girgenti” in quello attuale e costituendosi in comune autonomo. La vita della città è relativamente giovane; sorge nel XV secolo come “caricatore” della antica Agrigento e la florida e febbrile attività del traffico commerciale finirono per farne un centro di affari molto accreditato. Nel 1554 per il perdurare delle incursioni predatorie barbariche, la Corona di Spagna, fece erigere una “Torre di Guardia” a difesa del borgo contro le navi dei turchi. Attorno a questa torre detta di CARLO V ed al primo braccio portuale, la cui prima gettata risale al 1749, si è sviluppata l'odierna Porto Empedocle. La “Torre di CARLO V” oggi è il monumento principale, simbolo e memoria storica della città, e centro delle attività culturali. Il territorio Empedoclino gode di un litorale di oltre 4 Km di ampia e bella spiaggia, dalla sabbia dorata, a ridosso di un caratteristico costone di marna bianca che fa del sito una delle più suggestive e rinomate località balneari. La città, oltre che principale polo industriale della provincia di Agrigento, è anche apprezzato centro peschereccio, il prodotto della cui flotta, oltre ad essere venduto nei maggiori mercati italiani, costituisce l'elemento gastronomico principale della cucina locale.
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Racalmuto
Paese natale di Leonardo Sciascia, al quale è dedicata una fondazione culturale con sede in paese, è di origine araba. Di quell’epoca conserva ancora la caratteristica fisionomia urbana.
Da vedere i resti del castello medievale, la chiesa madre e il teatro Regina Margherita, recentemente restaurato (nella foto).
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Ravanusa
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Realmonte
4900 abitanti, si trova in provincia di Agrigento, adagiata su di un altipiano a 144 metri sul livello del mare. La sua nascita risale al 1681, anno in cui Don Domenico Monreale ottenne la licenza per edificare sul territorio detto della Mendola. L'economia cittadina si basava soprattutto sull'agricoltura, ma il settore turistico sta vivendo oggi un discreto sviluppo grazie al mare pulito ed una costa tra le più belle della Sicilia, in particolare quella comprendente la spiaggia dorata di Lido Rossello con la Scala dei Turchi, suggestiva scogliera di marna bianca e con il Monte Rossello, promontorio dai vari colori dal giallo- rosso del tufo al verde della macchia mediterranea e della palma nana e dai grigi calanchi di argilla. Su quest’ultimo, dove insiste un importante Faro, evidenti tracce importanti testimoniano la presenza di un insediamento greco. Realmonte è da tempo conosciuta anche per due testimonianze storiche importanti: la Villa Romana del I sec. d.C. e la Torre di Monterosso del XVI sec.
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Ribera
La citta' si sviluppa a 223 metri sul livello del mare tra le vallate del fiume Verdura e del fiume Magazzolo. Fu fondata nel feudo "Piana di San Nicola" nel 1627 da Luigi Guglielmo Moncada, principe di Paterno'. Successivo signore della citta' fu Giuseppe di Toledo, duca di Ferrandina che vi trasferisce i vari feudi presenti nella zona, nonche' la sede dell'amministrazione.
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Sambuca di Sicilia
Il periodo preistorico, meglio sarebbe dire, protostorico, nel territorio sambucese, è caratterizzato dalla presenza degli Elimi e dei Sicani nelle adiacenze della zona archeologica di Adranone. Con la penetrazione fenicia il territorio sambucese si affaccia alla storia. Distrutta Adranone gli abitanti superstiti fondano una nuova città più a valle cui danno nome di Adragnus (oggi Adragna). Zabut, l'odierna Sambuca, fu fondata dagli Arabi intorno all'830. La tradizione popolare e la leggenda indicano quale fondatore di Sambuca l'Emiro Al-Zabut. Zabut fu abitata da popolazione islamica fino al tredicesimo secolo fino a quando si ribellò alle operazioni di consolidamento imperiale ordinate da Federico II. Zabut resistette per due anni. La resistenza fu stroncata nel 1225 e la strage fu totale. La cittadina-fortezza di Zabut, dopo l'eccidio e la deportazione dei superstiti saraceni, fu lentamente ricostruita. Distrutta nell'autunno del 1411, sul finire della lunga guerra di successione al Regno di Sicilia, gli Adragnini si trasferirono nella fortezza di Zabut. Il primitivo impianto urbano della parte settentrionale di Zabut incomincia ad ampliarsi verso le propaggini della collina. Dal XV al XIX secolo, La Sambuca conosce alterne vicende: prosperità e pestilenze, benessere e miseria, splendore e terremoti. Fra il XVI e XVII secolo Zabut è stata oggetto di fermento edilizio che proseguì fino all'Ottocento con la costruzione di nuovi quartieri con palazzi nobiliari, chiese, conventi, l'ospedale, l'orfanotrofio. Dall'Ottocento fino al 1928 il paese venne chiamato Sambuca Zambuth, e solo dopo il '28 divenne Sambuca di Sicilia.
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San Giovanni Gemini
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Santa Elisabetta
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Santa Margherita di Belice
Paese d’aspetto prevalentemente moderno, conserva il ricordo dell’infanzia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, celeberrimo autore de “Il Gattopardo”. Nel suo palazzo (nella foto) ha oggi sede il parco letterario a lui intitolato, grazie al quale vengono organizzate numerose, prestigiose iniziative culturali. È noto per la produzione di fichidindia e del formaggio fresco noto come vastedda.
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Sant'Angelo Muxaro
In una bella posizione, arroccato su di una solitaria collina gessosa si serge il piccolo paese di Sant'Angelo Muxaro. E' un luogo di grande fascino, ricco di bellezze naturali; deve gran parte della sua forza attrattiva al suo passato di città dei Sicani, testimoniato da una monumentale Necropoli pre-protostorica (XIII- V sec. a.c.) e dai ricchi corredi funebri da essa rinvenuti. Le origini di questo piccolo centro si perdono nella notte dei tempi; dalla città di Kamico in cui si identifica la bellissima Reggia del Re Kokalos, fino ad arrivare al 1200- 1300 a.c. Oltre ai Greci kamicos, venne a contatto con la civiltà Punica nel 258 a.c. da quella Romana e in seguito da quella Bizantina, susseguirono gli Arabi, i Normanni, gli Svevi gli Aragonesi e gli Spagnoli. Originariamente l'abitato sorgeva sul Monte Castello che sul finire del 1400 fu abbandonato a causa della peste e della carestia, gli abitanti si trasferirono così sulla collina che si trovava ad est del Monte Castello, quella in cui sorge l'odierno comune. Inizialmente Sant'Angelo Muxaro fu abitato, contemporaneamente dagli abitanti del Monte Castello e da un nucleo di Greco-Albanesi che si stabilirono in distinti quartieri mantenendo lingua, costumi e tradizioni diverse. Sarebbero state le invasioni arabe a dare al paese il nome di “Mu'assar” poi modificato in Mushar ed infine in Muxaro, mentre Sant'Angelo in onore del Beato Carmelitano Angelo, il paesino così fu chiamato Sant'Angelo Muxaro.
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S. Stefano Quisquina
È situato nel cuore dei monti sicani, a 732m s.l.m.; il territorio ricco di acque e di terre fertili ha subito diverse dominazioni e civiltà (sicane, musulmane, normanne, austriache e spagnole), ma i primi dati certi risalgono al 1729 quando il paese venne dedicato a S. Stefano, probabilmente perché l’area è coronata da monti, dal greco “STEFANOS” che vuol dire corona. Il paese passò da una baronia all’altra, dai caltagirone fino ai Ventimiglia nel ‘600, durante questo periodo entrò a far parte della comarca di Castronovo ed ebbe un forte sviluppo demografico ed edilizio. Furono costruiti numerosi edifici religiosi. Nel ‘700 i Ventimiglia fecero ricostruire importanti opere, il castello Baronale e la Matrice. Nel 1812 entrò a far parte del nuovo distretto di Bivona e nel 1863, dopo aver assunto il nome di S. Stefano di Melia, successivamente di Bivona, ha assunto il definitivo nome di S. Stefano Quisquina. Entrando nell’abitato da nord, provenendo da Palermo, si giunge in piazza Castello dove si può ammirare la splendida fontana del ‘700 ed il Palazzo Baronale, proseguendo per la via Roma si può scorgere la chiesa del purgatorio e il collegio di Maria del XVIII secolo. Proseguendo, si arriva in piazza della Vittoria dove emerge un monumento deidicato ai Caduti (opera di Attilio Selva), continuando avanti si arriva alla Chiesa Madre del secolo XVI fondata da Federico Chiaramonte e dedicata a S. Nicola di Bari, sul lato sinistro della chiesa si trova la piccola chiesa del SS. Sacramento (sec. XVIII); sul lato destro la chiesa di S. Francesco di Sales (1723). Il prossimità di Piazza Maddalena si trova la villa comunale con un interessante giardino botanico dell’inizio del XX secolo con il magnifico “Viale dei Tigli”. A circa 6 chilometri dall’abitato sul fianco nord della serra quisquina sorge il santuario di S. Rosalia alla Quisquina a 986m s.l.m. eretto alla fine del ‘600 intorno alla spelonca dove secondo la tradizione, visse S. Rosalia.
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Siculiana
La storia cittadina probabilmente ha origini molto antiche, come del resto fanno supporre i resti di alcune necropoli indigene. Comunque, notizie certe e documentate sulla citta' si hanno a partire esattamente dal 1310, quando il Barone Federico Chiaramonte fece riedificare un precedente fortilizio d'origine araba - Kalat-Sugul - distrutto dai Normanni. Attualmente tale struttura fortificata si presenta sotto un nuovo aspetto creato dalle successive fasi di ristrutturazione. Nel XV secolo il nobile catalano Corilles si impadroni' della signoria ed ottenne il privilegio di popolare la zona nelle strette vicinanze del castello. La citta' conobbe altri dominatori… i Bosco i Filangeri ed i Bonanno.
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Sciacca
Sulla costa meridionale della Sicilia, è conosciuta per le sorgenti termali, le cui qualità curative sono sfruttate in un moderno stabilimento. Importate anche l’attività del porto... tra i monumenti segnaliamo il duomo, palazzo Scaglione (sede di un interessante museo), la chiesa di Santa Margherita. Molto animato il Carnevale, con grandiose sfilate di carri allegorici.
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Fonti UNPLI Agrigento e Sikania Numero 216